La pubalgia, definita nel panorama scientifico internazionale come Athletic Groin Pain (AGP), rappresenta una sfida diagnostica e riabilitativa complessa per i professionisti dello sport, data la natura multifattoriale delle strutture anatomiche coinvolte nella regione dell’anca e dell’inguine.
Questo termine funge da “ombrello” per descrivere un sovraccarico cronico dell’area pelvica che esita in un dolore che supera i normali livelli di tolleranza e durata fisiologica tipici degli atleti.
L’incidenza della pubalgia è particolarmente elevata negli sport multidirezionali come il calcio, il rugby, l’hockey su ghiaccio o la pallamano, con una prevalenza nei calciatori maschi stimata tra 0,2 e 2,1 per 1000 ore di gioco. In questo articolo di Alessandro Lonero analizziamo le evidenze attuali e le possibili soluzioni a questa patologia.
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ToggleFisiopatologia della pubalgia

Ogni tessuto biologico possiede una soglia di tolleranza anatomica e biomeccanica, definita come margine di tolleranza. Questo equilibrio è influenzato da molteplici variabili: carico di allenamento, genetica, deviazioni biomeccaniche (tecnica di movimento, ripartizione del carico), capacità strutturale e fattori psicosociali. Quando il carico di lavoro eccede sistematicamente questo “buffer” per periodi prolungati, si sviluppano disfunzioni tissutali sottili che portano alla pubalgia.
Il dilemma principale per il preparatore atletico risiede nella fase subacuta della pubalgia: gli atleti spesso riferiscono dolore e rigidità iniziali che non compromettono immediatamente la performance o la disponibilità agli allenamenti. Tuttavia, se non intercettata, questa condizione progredisce fino a interferire drasticamente con la disponibilità dell’atleta e la sua efficienza in campo.
Il monitoraggio in stagione: oltre lo screening occasionale

Per prevenire e gestire efficacemente la pubalgia, lo screening pre-stagionale non è sufficiente; è necessario un monitoraggio regolare e continuo. L’obiettivo è quantificare la capacità e la volontà dell’atleta di produrre potenza attraverso i muscoli adduttori durante tutto l’arco della stagione.
Uno degli strumenti più semplici e diffusi è il Copenhagen 5-second squeeze test. Tuttavia, la letteratura avverte che questo test è spesso mal interpretato: originariamente concepito per provocare sintomi piuttosto che come misura pura della forza, non deve essere utilizzato isolatamente per predire infortuni o valutare asimmetrie senza una prospettiva critica. Per una valutazione scientificamente valida, la forza assoluta di adduzione dovrebbe essere rapportata alla composizione corporea (N/kg) o, idealmente, espressa come coppia di forza (Torque, N*m/kg).
Tabella 1: Benchmarks di Forza per l’Adduzione (Valutazione tramite ForceFrame)
| Test di Squeeze (Posizione) | Forza di Picco (N) – Minimo Atteso | Forza Relativa (N/kg) – Minimo Atteso | Soglia di Allerta (85%) | Rapporto Adduttori:Abduttori |
|---|---|---|---|---|
| Short Squeeze (60° anca) | 460 | 5.8 | 391 | 1 – 1.1 (Eccellente) |
| Long Squeeze (alla caviglia) | 232 | 3.1 | 197 | 0.8 (Rischio/Basso) |
Un calo della forza superiore al 15% rispetto ai benchmark individuali, o un dolore riportato pari o superiore a 6 su una scala 0-10 durante il test di squeeze, rappresenta un “red flag” che richiede un controllo medico e un aggiustamento immediato del carico di lavoro.
Rapporti di forza e indicatori chiave di prestazione (KPI) per la pubalgia

La debolezza dei muscoli adduttori rispetto agli abduttori (rapporto < 0.8) è identificata come un fattore di rischio primario per lo sviluppo della pubalgia. Durante il processo di ritorno allo sport (RTS), l’obiettivo clinico è ripristinare un equilibrio tra 1 e 1.1 tra questi gruppi muscolari.
Un approccio olistico non deve limitarsi ai soli adduttori. La stabilità intersegmentale dipende dall’interazione di tutta la muscolatura dell’anca. Un rapporto ottimale suggerito tra i vari gruppi muscolari è il seguente: Estensori:Flessori:Adduttori:Abduttori = 100:90:80:60.
Il modello riabilitativo a quattro fasi

La gestione non chirurgica della pubalgia si basa su una diagnosi biomeccanica che identifica errori di movimento, deficit di capacità fisica e gestione del carico, piuttosto che focalizzarsi esclusivamente sulla localizzazione anatomica del danno. Il modello di “Rehab Performance” proposto si articola in quattro fasi successive.
Fase 1: controllo intersegmentale e forza
In questa fase, il focus è sulla “meccanoterapia”: applicare il carico ottimale al tessuto specifico. Gli esercizi isometrici ad alto carico e basso “jerk” (strappo) sono fondamentali, poiché inducono un effetto analgesico e riducono l’inibizione muscolare, permettendo all’atleta di aumentare la capacità tissutale nonostante l’irritazione. Esercizi tradizionali come squat o lunge, sebbene utili per il sistema globale, non caricano in modo specifico l’adduttore lungo quanto i test di squeeze o gli esercizi con elastici.
KPI Fase 1: Assenza di dolore nel camminare o nell’uso della bike; completamento di esercizi come step-up e deadlift; test di crossover negativo.
Fase 2: ritorno alla corsa lineare
Il recupero della forza isolata non garantisce il cambiamento dei pattern di movimento. In questa fase si introduce la calibrazione motoria attraverso l’apprendimento esplorativo. L’obiettivo è il ritorno alla corsa lineare, enfatizzando il controllo intersegmentale e la meccanica del “hip lock” (blocco dell’anca) e della retrazione della gamba oscillante per contrastare l’inclinazione pelvica anteriore.
KPI Fase 2: Meccanica di corsa lineare senza dolore; deficit di forza <15% nello squeeze test; dolore nel test <3/10; CMJ bilaterale con simmetria (LSI) >85%.
Fase 3: ritorno alla corsa progressiva e cambi di direzione
L’attenzione si sposta sulla rigidità del sistema (system stiffness) e sul controllo multidirezionale. Vengono introdotti vincoli motori (palle mediche, bande elastiche, carichi asimmetrici) per forzare il sistema motorio a esplorare nuove soluzioni di movimento durante spostamenti laterali e cambi di direzione a 60°, 90° e 180°.
KPI Fase 3: Squeeze test corto >460N (o 5x peso corporeo) senza dolore; sprint a 30m all’80% della velocità massima; completamento di drill multidirezionali senza sintomi.
Fase 4: ritorno allo sport e allenamento di squadra
Questa fase colma il divario tra la palestra e il campo, seguendo il continuum “controllo-caos”. L’atleta deve non solo recuperare i livelli pre-infortunio, ma superarli per costruire un “buffer” protettivo contro i picchi di carico improvvisi.
KPI Fase 4: Sprint 30m al 100% del benchmark pre-pubalgia; cambi di direzione e accelerazioni/decelerazioni al 100% dell’intensità; palpazione dei tendini e legamenti inguinali con dolore <1/10; gestione del carico acute:chronic tra 1 e 2 volte il carico del match.
Considerazioni metodologiche sulla pubalgia: pro e contro delle strategie

La gestione scientifica della pubalgia richiede un bilanciamento tra specificità tissutale e integrità sistemica.
| Metodologia | Pro | Contro |
|---|---|---|
| Isometria ad alto carico | Analgesia immediata, aumento della capacità tissutale, basso rischio di irritazione. | Non allena la dinamicità e i pattern di movimento complessi. |
| Copenhagen Squeeze Test | Estremamente pratico, sensibile per determinare reclami legati alla pubalgia. | Spesso abusato come unico test di forza; risente del deficit bilaterale. |
| Screening Pre-stagionale | Stabilisce i benchmark individuali necessari per il monitoraggio futuro. | Da solo non previene gli infortuni senza un monitoraggio in-season regolare. |
| Apprendimento Differenziale | Migliora la variabilità motoria e la robustezza del sistema. | Richiede competenze elevate del preparatore nella creazione di vincoli motori. |
Conclusioni: come trattare la pubalgia?
La gestione efficace della pubalgia nel professionismo sportivo moderno trascende il semplice trattamento del sintomo locale. Essa richiede una comprensione profonda della biomeccanica del bacino, un monitoraggio rigoroso della forza degli adduttori (utilizzando metriche relative e non solo assolute) e una progressione riabilitativa che integri il controllo motorio, la forza intersegmentale e la capacità di gestire il caos del gioco.
Il preparatore atletico deve agire come un gestore del rischio, identificando precocemente i cali di forza e le deviazioni biomeccaniche prima che la pubalgia diventi invalidante. Costruire atleti “bulletproof” (antiproiettile) significa spingere il soffitto delle loro capacità fisiche ben oltre i requisiti minimi del gioco, garantendo che l’anca possa funzionare come un pilastro di stabilità e potenza in ogni condizione di carico.











