Nel contesto dello sport d’élite, la capacità di gestire le forze di impatto durante gli atterraggi rappresenta un’abilità fondamentale, non solo per l’ottimizzazione della performance atletica, ma soprattutto per la riduzione del rischio di infortuni. Gli atleti si trovano a dover atterrare da diverse altezze in una moltitudine di discipline sportive; sostenere forze d’impatto elevate durante atterraggi intensi e ripetitivi è strettamente correlato all’insorgenza di infortuni agli arti inferiori, quali distorsioni e fratture.
La ricerca indica che la forza d’impatto di picco può variare da 3 a 7 volte il peso corporeo dell’individuo, potendo raggiungere valori persino superiori in base all’altezza di caduta, alla tecnica utilizzata e alla superficie di impatto.
Il presente articolo di Alessandro Lonero analizza dettagliatamente la biomeccanica degli atterraggi, le strategie di dissipazione dell’energia, le differenziazioni metodologiche e le progressioni necessarie per un’implementazione efficace nel programma di allenamento.
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ToggleLa biomeccanica della dissipazione dell’energia durante gli atterraggi

Durante gli atterraggi, l’unità muscolo-tendinea (MTU) svolge un ruolo cruciale: essa si allunga per assorbire la forza d’impatto e dissipare l’energia. Un aspetto biomeccanico di estremo interesse è che l’allungamento iniziale dell’MTU è a carico del tendine, mentre le fibre muscolari rimangono in una contrazione isometrica.
Questo meccanismo permette al tendine di immagazzinare energia elastica. Se l’atterraggio è immediatamente seguito da un salto (come nel drop jump), questa energia viene restituita tramite un ritorno elastico forzato che aumenta la forza di propulsione. Qualora non segua un salto, l’allungamento delle fibre muscolari provvederà a dissipare l’energia di deformazione accumulata dal tendine.
L’entità della forza d’impatto è direttamente proporzionale all’altezza di caduta: altezze maggiori determinano non solo impatti più elevati, ma anche un range di movimento articolare più ampio e una durata del contatto al suolo prolungata, risposte necessarie per dissipare la maggiore energia cinetica. Sebbene l’aumento dell’altezza incrementi il rischio di infortunio (specialmente in assenza di meccaniche adeguate o forza muscolare sufficiente), esso rappresenta anche un mezzo per elevare l’intensità dell’allenamento e indurre adattamenti superiori. Un riferimento pratico per la selezione dell’altezza è l’utilizzo del 90-100% dell’altezza del salto in contromovimento (CMJ) dell’atleta.
Differenziazione delle tecniche: atterraggi “stiff” vs “soft”

Una delle distinzioni fondamentali nella programmazione degli atterraggi è quella tra la tecnica “stiff” (rigida) e “soft” (morbida).
- Atterraggi Soft: Caratterizzati da una grande flessione di caviglia, ginocchio e anca. Questa strategia permette una distribuzione del carico più uniforme tra le articolazioni degli arti inferiori ed è particolarmente indicata durante le fasi di allenamento generale per favorire adattamenti ipertrofici e gestire il volume di lavoro.
- Atterraggi Stiff: Presentano un range di movimento ridotto nelle medesime articolazioni. Studi su atlete hanno dimostrato che, a parità di altezza (59 cm), la forza d’impatto di picco è significativamente maggiore negli atterraggi rigidi rispetto a quelli morbidi (~32 N/kg vs ~23 N/kg).
L’adozione di una strategia rispetto all’altra modifica drasticamente il carico di lavoro sulle singole articolazioni, come dettagliato nella tabella seguente:
| Tecnica di Atterraggio | Lavoro Anca (%) | Lavoro Ginocchio (%) | Lavoro Caviglia (%) | Caratteristiche Principali |
|---|---|---|---|---|
| Soft (Morbido) | 25% | 37% | 37% | Maggiore ROM, minor forza d’impatto di picco, ideale per ipertrofia. |
| Stiff (Rigido) | 20% | 31% | 50% | Minore ROM, maggiore forza d’impatto, focus su Rate of Force Development (RFD). |
Gli atterraggi rigidi, pur comportando un carico maggiore sui legamenti (come l’ACL), sono estremamente efficaci per allenare la rapidità di sviluppo della forza (RFD), poiché i muscoli devono produrre forze elevate in tempi brevissimi per mantenere la posizione eretta.
Atterraggi monopodalici vs bipodalici

L’allenamento degli atterraggi deve prevedere il passaggio dal lavoro bipodalico a quello monopodalico, data la specificità di quest’ultimo per attività come la corsa, lo sprint e i cambi di direzione. Gli atterraggi monopodalici impongono richieste superiori in termini di forza e equilibrio. Biomeccanicamente, generano forze d’impatto più elevate e caricano maggiormente l’unità muscolo-tendinea della caviglia.
Un rischio critico negli atterraggi su una gamba è l’aumento del movimento del ginocchio sul piano frontale (valgo dinamico). Per mantenere l’equilibrio, l’atleta tende a spostare il centro dell’anca lateralmente rispetto al ginocchio, aumentando l’angolo di adduzione dell’anca e stressando i muscoli abduttori. Se questi ultimi sono deboli, il rischio di valgo aumenta drasticamente. È imperativo, pertanto, che l’atleta sia in grado di eseguire uno squat monopodalico corretto prima di approcciare gli atterraggi monopodalici.
Considerazioni di genere e prevenzione ACL
Le differenze di genere giocano un ruolo sostanziale nella biomeccanica degli atterraggi. Le atlete presentano un’incidenza di infortuni non da contatto al legamento crociato anteriore (ACL) da 3 a 6 volte superiore rispetto ai colleghi maschi. La ricerca evidenzia che le donne tendono ad adottare una tecnica di atterraggio più rigida, con una minore flessione del ginocchio al contatto iniziale, il che aumenta la contrazione del quadricipite e, conseguentemente, la tensione sull’ACL. Inoltre, le atlete mostrano spesso una maggiore attività del quadricipite a fronte di una ridotta attività degli hamstring rispetto ai maschi.
Implementazione e progressione metodologica degli atterraggi

La corretta implementazione degli atterraggi richiede una progressione logica che parta dalla valutazione della competenza motoria di base. Il primo passo è lo squat screening: la capacità di flettere correttamente anca, ginocchio e caviglia è l’indicatore principale di una buona distribuzione del carico. Difetti meccanici come l’eccessiva pronazione del piede o la debolezza del medio gluteo devono essere corretti in questa fase.
| Stadio | Esercizio | Descrizione / Obiettivo | Note Metodologiche |
|---|---|---|---|
| 1. Screening | Squat (Bipodalico/Monopodalico) | Valutazione mobilità e stabilità (evitare valgo). | Prerequisito fondamentale. |
| 2. Introduzione | Drop Squat (Decelerazione lenta) | Apprendimento del controllo eccentrico. | Focus sulla coordinazione. |
| 3. Accellerazione | Drop Squat (Rapid catch) | Transizione verso la gestione di forze rapide. | Replicare la meccanica dello squat. |
| 4. Fondazione | Drop Landing (Soft) | Atterraggio morbido da altezze controllate. | Distribuzione uniforme del carico. |
| 5. Performance | Drop Landing (Stiff) | Atterraggio rigido per sviluppo RFD. | Aumento dell’intensità meccanica. |
| 6. Avanzato | Drop Jump / Perturbazioni | Inserimento di compiti reattivi o disturbi esterni. | Massima specificità sportiva. |
In termini di volume, data l’elevata sollecitazione meccanica, si raccomanda di limitare il lavoro a 3-4 serie da 3-5 ripetizioni per serie.
Benefici dell’allenamento degli atterraggi

L’integrazione degli atterraggi offre vantaggi unici rispetto al semplice allenamento pliometrico basato sui salti:
- Anticipazione e Co-contrazione: Eliminando la fase di salto, l’atleta può concentrarsi esclusivamente sulla preparazione all’impatto, migliorando la capacità di pre-attivazione muscolare.
- Sovraccarico Eccentrico Personalizzabile: A differenza dei salti, dove il carico eccentrico è limitato dalla capacità di salto dell’atleta, negli atterraggi il preparatore può regolare l’altezza di caduta per esporre l’atleta a carichi eccentrici superiori a quelli che potrebbe generare autonomamente.
- Specificità nel Contrast Training: Gli atterraggi possono essere accoppiati a esercizi isometrici (es. squat isometrico) per ottimizzare la rigidezza muscolo-tendinea, sebbene per massimizzare l’effetto sulla potenza di salto successiva sia spesso preferibile il drop jump.
Conclusioni

L’allenamento degli atterraggi non è solo un complemento, ma una necessità biomeccanica per l’atleta moderno. Una progressione oculata che parta dalla tecnica morbida per approdare a quella rigida, e dal lavoro bipodalico a quello monopodalico, permette di costruire una struttura resiliente capace di gestire le ingenti forze d’impatto dello sport.
I preparatori devono prestare particolare attenzione alle differenze individuali e di genere, garantendo che la forza muscolare e la competenza tecnica siano sempre adeguate all’altezza di caduta prescelta per minimizzare i rischi e massimizzare gli adattamenti prestativi.











